Il Trebbiano d'Abruzzo è DOC dal 1972 e nasconde un'ambiguità che spiega quasi tutto ciò che di questo vino si dice, nel bene e nel male. Sotto il nome Trebbiano convivono varietà distinte: il Trebbiano Abruzzese, poco produttivo e raro, e il Trebbiano Toscano, diffusissimo in tutta Italia e storicamente destinato ai volumi. Il disciplinare le ammette entrambe, e in vigna si aggiunge la confusione con il Bombino Bianco, per lungo tempo scambiato per l'uno o per l'altro.
Da qui la forbice. La stessa dicitura copre bianchi neutri da tavola e alcune delle bottiglie più longeve d'Italia: sono gli esempi rari e ostinati — il nome di Valentini è quello che ha fatto scuola — ad aver dimostrato che l'uva giusta, resa bassa e nessuna fretta danno un vino che dopo vent'anni è ancora in piedi.
Lo stile, quando è quello buono, non è aromatico. Colore pallido, profumo discreto di mela e mandorla, e soprattutto tessitura: sapidità, un corpo che si sente più che profumarsi, una chiusura amarognola tipica. È un bianco che si giudica al palato e non al naso, ed è il motivo per cui delude chi lo annusa aspettandosi un Sauvignon.
Sulle bottiglie che seguiamo compaiono anche le versioni Superiore e Riserva, e la menzione Colline Teramane: segnali di rese più basse e di più tempo, che in questa denominazione contano più della vendemmia.